Il narcisismo da disturbo psicologico a forma mentis di un’intera società

di OLIVIA NINOTTI

 

Ci stiamo dimenticando che si impara a stare con gli altri. 

E’ vero che l’essere umano è funzionalmente e neuro-biologicamente predisposto a relazioni complesse con un sistema altrettanto complesso di strumenti innati per farlo  e sviluppatisi nel corso dell’evoluzione (dal sistema muscolo-scheletrico della posizione eretta al linguaggio articolato). 

Tuttavia predisposizione non significa applicazione certa e standardizzata. 

L’essere umano non è una macchina perfetta pronta all’uso. Impariamo a stare con gli altri in un mutualismo interdipendente e inderogabile sin dallo stadio intrauterino. Le osservazioni e gli studi di Imbasciati, Dabrassi e Cena (2007) mostrano che “ la maturazione cerebrale è in relazione all’esperienza e che questa inizia ad essere esperita già dal feto. È l’esperienza che regola lo sviluppo micromorfologico e funzionale del cervello”. Per cui la maturazione è un processo che avviene solo se c’è l’esperienza e  la qualità dell’esperienza determina il tipo di maturazione.  

Si impara ad esser genitori e figli in una mutua sintonizzazione che a volte funziona, altre volte meno. 

Impariamo ad essere individui in una società intessuta di cultura e la società cambia con gli individui e le influenze di altre società e cultura. 

E la società con l’ibridizzazione delle culture muta più velocemente dell’Inconscio degli individui. 

E’ un concetto di continua osmosi delicato e non lineare ma fondamentale non solo per la crescita dell’individuo ma anche per la comprensione della psicopatologia. 

La capacità di diventare e sviluppare le competenze di abilità sociale dipendono ,aldilà di fattori genetici ereditari, dalla qualità e dal tipo di esperienze relazionali,  ambientali e terapeutiche. 

Ma per esperire bisogna essere anche in grado di farlo. 

E qui veniamo al nocciolo del problema. 

Quanto la predisposizione alla relazioni complesse non  funziona  ab origine e quanto invece avrebbe potuto funzionare ma viene intaccata da relazioni primarie/esperienze precoci disfunzionali? 

Le condizioni dello spettro autistico condividono con i disturbi della personalità alcuni fattori: entrambi sono definiti come disturbi persistenti che comportano la messa in atto di modelli comportamentali disadattivi duraturi, che deviano marcatamente dalle aspettative della cultura e della società e causano menomazioni clinicamente significative (DSM-5, APA 2013). 

Per esempio in età adulta  è difficile a volte condurre una differenziazione tra  il Cluster A (paranoide, schizoide e schizotipic),il Cluster C (evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo) e un disturbo dello spettro dell’autismo oppure  il disturbo di personalità  di questi due cluster può co-esistere con una condizione dello spettro dell’autismo  e non sempre si può discriminare se sia la diretta conseguenza delle difficoltà primarie dell’autismo.  

Per il Cluster C,a livello comportamentale, negli ultimi anni anche  la diagnosi differenziale tra il disturbo dello spettro dell’autismo e il disturbo narcisistico della personalità può risultare difficile. 

In generale si è assistito ad un aumento delle diagnosi di autismo in età evolutiva e in particolare al riconoscimento maggiore anche del cosidetto autismo ad alto funzionamento in età adulta. Sono aumentate anche le autodiagnosi tramite test autosomministrati facilmente reperibili nel grande calderone di Internet. 

Certamente siamo più bravi a diagnosticare. Certamente accedere ai servizi di neuropsichiatria non è più uno stigma. Certamente il movimento della neurodiversità offre una contro-narrativa al modello medico e eleva il concetto di biodiversità allo sviluppo neurobiologico. 

Tuttavia pur sempre negli ultimi anni la ‘comparsa’ dell’autismo ad alto funzionamento femminile-per certi versi diverso e più complessivamente variegato di quello maschile-, di adolescenti e giovani adulti con tratti che assomigliano e si confondono con l’autismo ad alto funzionamento    ci obbligano ad una riflessione più ampia e più ostica rispetto ai tratti di narcisismo soprattutto di tipo covert ad espressione e strutturazione precoce . 

A volte la discriminazione  non è semplice neanche con una buona e approfondita anamnesi infantile. 

Ma il punto forse è che le persone con autismo mostrano spesso difficoltà nell’ empatia cognitiva mentre sono capaci di provare empatia emotiva.  

Le donne autistiche ad alto funzionamento sono bravissime nel mirroring ovvero nel riprodurre la comunicazione verbale e non verbale dell’altro  per creare un rapporto di sintonia e di empatia. E’ un sistema di adattamento e sopravvivenza  ,un camaleontismo relazionale che le porta ad apprendere e  comprendere quello che l’altro vuole prima che lo esprima. 

Al contrario, le persone con  tratti o disturbo narcisistico di personalità  mostrano principalmente deficit relativi all’ “empatia emotiva”, ovvero nella capacità di sintonizzarsi sull’emozione dell’altro,quindi nell’ esprimere  e sentire simpatia e compassione. 

Tutti gli individui hanno normali bisogni narcisistici e narcisistiche motivazioni ad agire (Kohut, 1977) ma possono esistere espressioni sane e patologiche di narcisismo, le prime di tipo adattativo, le seconde di tipo maladattativo. Gli aspetti maladattivi riguardano le modalità patologiche attraverso cui questi bisogni sono soddisfatti o il livello di disagio emotivo sperimentato quando questi non sono soddisfatti. 

 Il  narcisismo come tratto di personalità non necessariamente patologico,  può essere presente fin dall’età scolare e può condurre però a conseguenze negative nello sviluppo del bambino già riconoscibili nel corso della preadolescenza e adolescenza. 

Nella personalità narcisistica anche in fase di strutturazione evolutiva coesistono sia la ricerca degli altri ,nel senso però unilaterale di bisogno di riconoscimento esplicito di unicità, sia il distanziamento dagli altri , per l’incapacità di riconoscere e identificarsi con i sentimenti e i bisogni altrui (Masi e coll,2020). 

Gli altri sono riflessi di sé e servono a quello. Nel bene e nel male. La regola comune è rifuggire alla vicinanza con l’altro. 

In particolare il narcisismo covert o nascosto, detto anche sottotipo vulnerabile( Wink,1991;Young et al, 2007; Carcione & Semerari, 2017) si caratterizza per una maggiore vulnerabilità e fragilità rispetto al più conosciuto e riconoscibile overt-quello evidente, grandioso e manipolatorio. Il deficit nelle abilità sociali empatiche è però uguale in entrambe le varianti perché il covert vive di affetti negativi, l’overt è terrorizzato dalla paura di sperimentarli. La credenza erronea che mostrare i propri aspetti negativi o i propri difetti comporta   il  rifiuto da parte degli altri  produce sentimenti disfunzionali che a corto circuito isolano sempre di più e confermano l’idea di non esser capiti,apprezzati,amati: l’invidia, la vergogna, la paura di fallire, la sensazione di non essere adeguatamente apprezzati dagli altri vanno a braccetto con  il senso di mancanza di piacere, il disinteresse, il vuoto anche davanti ai successi. 

Quanti adolescenti e giovani adulti stiamo vedendo così? 

Anche prima della pandemia da Covid. 

Nelle stanza di psicoterapia o negli amici dei figli. 

Dietro un sentimento cosciente di megalomane superiorità ,i covert mostrano autostima fragile, perlopiù basata sui feedback esterni, e una spiccata sensibilità alle critiche.  

Sembrano ragazze o ragazzi autistici ad altissimo funzionamento ma non lo sono dal punto di vista neurobiologico e nosografico: spesso cognitivamente molto intelligenti, spesso appassionati di manga/anime o con interessi speciali che però non sono così speciali da assorbirli nell’entusiasmo ma nella loro chiusura autistica in camera, selettivi nel cibo ma perché non hanno piacere nel mangiare con gli altri, amimici, alessitimici, disempatici, autoreferenziali, apatici, bizzarri e con qualcosa di fenotipicamente androgino.. Dice la Grandin, autistica ad alto funzionamento, che con gli animali ha lavorato: “Negli zoo gli animali tenuti in gabbie di cemento nudo si annoiano e spesso sviluppano comportamenti anormali come dondolarsi e camminare a piccoli passi o a zigzag. Le bestie giovani collocate da sole in ambienti di questo tipo subiscono un danno permanente e manifestano comportamenti bizzarri simili a quelli autistici, diventando eccessivamente eccitabili e mostrando comportamenti di tipo autolesionistico, iperattività e relazioni sociali disturbate” (2011). 

Come nell’autismo hanno la diade sintomatologica nell’area della comunicazione sociale, perché non hanno appreso a comunicare e a interagire socialmente con gli altri, e nell’immaginazione. 

Il ricorso all’autolesionismo assomiglia molto alla fustigazione dei monaci medioevali. E’ il punirsi di non essere all’altezza come si dovrebbe. 

Allora viene da pensare. 

I bambini e adolescenti di oggi  sembrano lo specchio narcisistico di grandiosità onnipotenti o frustrate dei loro genitori. Abuso narcisistico, diceva Racamier 

Devono essere il meglio: non è ammessa la colpa, la contrizione,la fallacia. 

La responsabilità educativa è della scuola e degli altri contenitori/gabbie funzionali quando la famiglia dovrebbe essere il contenitore, il resto cornice. 

Quando questi contenitori saltano come per esempio è successo durante la pandemia, questi adolescenti e giovani adulti si scoprono diseppelliti e saltano. La loro IO pelle è troppo sottile perché costituita da quegli stessi contenitori esterni e non da una propria, come già nella metà del secolo scorso aveva intuito Rosenfeld. 

Nell’articolo di Masi,Muratori e coll (2020) gli autori invitano a riflettere sull’influenza che la società moderna occidentale ha sullo sviluppo dei tratti narcisistici in età evolutiva. Questa “cultura narcisista” caratterizzerebbe l’era del benessere delle società avanzate, in cui la crisi dei valori e altre complesse trasformazioni sociali avrebbero letteralmente stravolto il significato dell’esistenza dell’uomo facendolo per così dire “ripiegare su sè stesso”. Masi e Muratori scrivono che “La società, volente o nolente, influenza direttamente i bambini ma anche indirettamente attraverso i genitori e l’educazione che essi tendono a impartire ai propri figli. Il modo in cui i genitori si prendono cura dei propri figli affonda le radici nella società e nella cultura competitiva dei nostri giorni; l’ostinata ricerca del figlio perfetto che ci si aspetta di ottenere, la voglia di mostrarlo al mondo come essere superiore agli altri non fa che esacerbare gli aspetti narcisistici del bambino.” 

Ai figli si dà tutto e se hanno tutto, non è ammesso che si lamentino o soffrano. Il pensiero e l’empatia sono sostituiti con l’educazione del dare, avere e del contenere fisicamente. 

I social sono diventati un enorme contenitore di relazioni superficiali,superflue, immediate e senza contatto. 

Nella nostra società poi, anche tra noi sanitari, si sottovaluta che il più delle volte si trasmettono non malattie ma predisposizioni verso certe malattie piuttosto che altre. Si trasmette una maggiore o minore sensibilità ai traumi psichici piuttosto che disturbi o malattie psichiche (Osterrieth,1965). 

Nasciamo esposti e le esperienze di relazione possono cambiare la nostra traiettoria. 

Il disturbo neuropsichiatrico e psichiatrico per una società come la nostra è un’aberrazione inconcepibile tuttavia codificare una diagnosi ci mette al riparo da una riflessione più estesa e più complessa. 

 Ma spesso le aberrazioni ,intese come deviazioni disfunzionali dall’asse evolutivo, nascono dove c’è solitudine psichica e relazionale. Dove i bisogni personali sono l’unico movimento vitale per non sfuggire dal nulla ,per imitare e non pensare o, peggio, per espellere l’odio di sé che nessuno ha mai accolto, ascoltato, limitato e compreso.  

I figli possono assumere la forma mostruosa del riflesso di ciò che desideriamo per noi o di ciò che  ci impedisce di vivere, del disturbo rovinoso, della limitazione, della nostra impotenza.  

In entrambi i casi diventano lucidamente la proiezione perversa di noi.  

I figli,allora, si difendono chiudendosi, anestetizzandosi, bloccando i canali percettivi sensoriali e comunicativi e a loro volta ,questo stile di attaccamento,lo trasmetteranno ai propri figli. 

E la paura di non avere mai del bene per sé apre le porte al male assoluto individuale che è la perdita dell’empatia.  

Ma un albero può essere forte solo come la foresta che lo circonda,è una frase di Peter Wohlleben(2016) Ogni volta che un individuo perde empatia, significa che la foresta (la famiglia e la società) si è indebolita. 

 

 

Bibliografia: 

Osterrieth P. A., (1965), Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, p. 18. 

 Imbasciati A., Dabrassi F., Cena L., (2007), Psicologia clinica perinatale, Padova, Piccin Nuova Libreria, p. 4-7. 

Grandin T. (2011), Pensare in immagini, Trento, Erickson, p. 95. 

Young, E.J., Klosko, J.S. & Weishaar, M.E. (2007). Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Firenze: Eclipsi 

Carcinone, A.; Semerari, A. (2017). Il narcisismo e i suoi disturbi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale. Firenze: Eclipsi 

Muratori,P;Masi, G e coll. Eziopatogenesi e valutazione dei tratti narcisistici in età evolutiva,Riv Psichiatr 2020;55(2):71-78 Marzo-Aprile 2020, Vol. 55, N. 2 

 Wink P. Two faces of narcissism. J Pers Soc Psychol 1991; 61: 590-7. 

LA GRAMMATICA DEL GIOCO: SENSORIALITA’, RECIPROCITA’, RISONANZA

di Matteo Terranova

Sembrerebbe strano associare delle regole grammaticali a qualcosa di libero come il gioco, tuttavia già in passato artisti e designer, tra tutti Bruno Munari (1907-1998), hanno indagato leggi e costanti che favoriscono la fantasia e il pensiero creativo, negli adulti come nei bambini. Questo grande personaggio del secolo scorso aveva infatti inventato dei giochi e dei laboratori per stimolare la fantasia nei più piccoli (B. Munari, 2017).

Una pernacchia impertinente

Un padre di un bambino di quasi un anno sta riscoprendo il nascere del gioco nel rapporto con il figlio. Il gioco è diventato in questi mesi per il papà, il bambino e la mamma, una cosa “importante” permettendo  loro di esistere come famiglia, sopravvivendo ai vari lock-down, coprifuoco, lavoro e carenza di sonno.

Quando il padre torna a casa dopo una giornata stanco e si butta sul divano, ecco che suo figlio Leonardo gli fa una pernacchia impertinente, che non si può cogliere se non con una risata che ben presto contagia entrambi, e pure la mamma che è affaccendata.

Una pernacchia è infatti il modo migliore per finire la giornata e non prenderla troppo sul serio ma con distanza, con la giusta irriverenza e ilarità che fa vibrare i sensi, risvegliando e dando nuovo ritmo ai pensieri.

I ruoli sono rovesciati. Per questa volta non è il papà che cerca di consolarlo e farlo ridere come al solito, ma è lui che fa ridere il suo papà. Fa proprio qualcosa che fa ridere “a prescindere” e lo indirizza a  suo padre. Questo sentirsi dall’altra parte, più spettatore che attore in un rapporto rovesciato,  ha fatto sentire l’uomo proprio nel bel mezzo di un gioco.

Quando si gioca, si è tutti sullo stesso piano

Ecco qui la prima regola di un gioco ben riuscito: il rovesciamento della funzione dei ruoli. In questo caso padre-figlio. Nel gioco un oggetto o un’azione non devono mantenere il loro significato originario ma assumerne uno diverso, spesso contrapposto.

Una scopa usata per pulire per terra diventa un oggetto che fa volare come in Harry Potter o la Befana. Oppure, da semplice oggetto, diventa un fantastico destriero che ti fa cavalcare per il corridoio di casa. Prendiamo le parti del corpo con cui spesso i bambini giocano: le dita della mano impegnate nel trattenere la penna durante la scrittura diventano libere, possono trasformarsi in pistole o in ipotetiche gambe di calciatori per fantastiche partite sul banco di scuola.

Un gioco di pancia

Un altro esempio? La pancia.

Domenica scorsa il nostro papà era sdraiato sul divano senza già più energie, con il piccolo al suo fianco ancora bello attivo. Ad un tratto, con il minimo sforzo e senza accorgersene, si batte la pancia con la mano, abbozzando un ritmo (a Leonardo piacciono molto il ritmo e la musica) ed ecco che anche il piccolino inizia a battere a tempo sulla pancia del papà presto trasformatasi in un risonante tamburo!

L’interrogazione

L’altro giorno invece, un adolescente giunge in consultazione da un analista, esasperato dalle mille verifiche poste dalla scuola nel ritorno in classe dopo la DAD. I genitori sono preoccupati e lui è stanco e nervoso. Cosa fanno? Invertono i ruoli e giocano. L’analista mette in scena il ragazzo studente e lui l’adulto professore che lo interroga. Dapprima l’interrogazione verte sulla conoscenza dei “Simpsons”, una serie tv animata, successivamente passano all’inglese. Finiscono a parlare della presentazione preparata per l’interrogazione del giorno dopo e il ragazzo riesce ad esporla meno ansioso.

Diverse sono le “regole” del gioco e sarebbe interessante continuare a esplorarle…

 

SUGGERIMENTI PER ALLENARE LA “GIOCOSITA’”

  • Munari ,1997. Fantasia. Edizione “Economica Laterza” BARI.
  • Neverland, Un sogno per la vita. 2004. Film di Marc Foster con Johnny Depp narrante la vita di James Mattew Barry autore del romanzo “Peter Pan”.

Consigli di una mamma neuropsichiatra

Dott.ssa Silvia Medri

La prima settimana di vaga euforia per le vacanze di carnevale prolungate ha lasciato il passo a una settimana confusa e disregolata. Le scuole pian piano con i mezzi che hanno a disposizione da lunedì hanno cercato di entrare nelle nostre case rifilandoci compiti più o meno gestibili … rimane in ogni caso un grande vuoto nei nostri figli: la loro vita autonoma dal nucleo familiare é completamente scomparsa da un giorno all’altro .
Come possiamo rendere loro più sensata la vita questo periodo? Più umana nel vero senso della parola? Non possiamo sostituire i loro amici, nè pretendere di essere i genitori di ieri.
Innanzitutto sfruttiamo (andando contro corrente a tutto ciò che fino a poco fa si diceva! ) le possibilità tecnologiche che il mondo virtuale ci offre: una chat tra compagni di classe e amici è in questo periodo essenziale … le piattaforme che permettono loro di condividere pensieri e stupidaggini sono boccate di ossigeno .
Non pretendiamo di essere i loro insegnanti, interveniamo in aiuto quando necessario nel limite delle nostre competenze, i docenti sanno perfettamente che tutto quello che viene proposto ora andrà ripreso poi da loro una volta rientrati nella normale frequentazione scolastica .
Strutturiamo una idea di giornata : rendere routinaria la vita quotidiana è fondamentale per i bambini e per i pre adolescenti , permette loro di sapere che esistono momenti di studio e concentrazione e altrettanto momenti di “libertà” . Condividere con loro il plannign giornaliero ( niente di eccezionale, un bel foglio con segnate le attività : per esempio dalle dieci alla una si studia, pausa pranzo, dalle due alle tre relax , dalle tre alle quattro ora di motoria, alle quattro si cucina si legge si suona… )ci permette anche di non piombare su di loro a orari casuali pretendendo si attivino a connettere il cervello salvo poi dimenticarsi di tutto con una telefonata di lavoro che ci distrae. Strutturiamo insieme ai momenti di studio e di relax una ora al giorno dedicata alla attività motoria e alla cucina, o alla musica per chi lo sa fare o osa provarci ! Ricordiamoci che non siamo i loro insegnanti ma possiamo solo “passare “ loro quel che già sappiamo …
Insomma rendiamoli autonomi nella gestione modulata insieme a noi delle loro giornate , rendendo anche noi meno sovraccarichi in concreto e cognitivamente. In bocca al lupo!

Gli adolescenti al tempo della quarantena: esalogo per i genitori

Dott.ssa Olivia Ninotti

Gli adolescenti sono un devianza parafisiologica dell’essere umano. Vediamo i punti fondamentali dal punto di vista neuroendocrinologico per una comprensione degli aspetti peggiori durante il periodo di quarantena.

1. La corteccia prefrontale (CPF) matura intorno ai 20 anni. La CPF serve per la programmazione e l’organizzazione di pensieri ed azioni,per l’impostazione dei limiti e della morale. Fino ai 12-13 anni i genitori assumono il compito di sostituti esterni della CPF, poi all’improvviso la pubertà fa capire ai figli che gli adulti non hanno più alcun potere di imporre loro il ruolo di carcerati in libertà vigiliata. Gli adolescenti non credono che il problema sia il loro cervello immaturo, ma i genitori.
Veniamo al punto successivo.
2. La pubertà è una miscela esplosiva di ormoni sessuali. Parte con l’attivazione del gene kiss 1, per cui si dice che “la pubertà inizia con un bacio” ma non c’è nulla di romantico. Il vantaggio darwiniano dell’attivazione della pubertà è quello di mettere giovani individui sani e vigorosi in grado di riprodursi. Ma i genitori vedono solo lo Sturm und Drang che li lascia basiti davanti ad una Cosa diventata impulsiva, quasi insensibile alle punizioni e predisposta all’ abbandono del nido. Siccome la CPF è ancora immatura, la Cosa non se ne rende conto e si controlla poco. Di contro i genitori hanno rimosso la loro , di pubertà: quando tornavano talmente ubriachi da un capodanno da accendere con un rutto la stufa a pellet o quando piaceva da morire il compagno di classe cannaiolo che non sapeva mettere in fila due frasi di senso logico e compiuto. In adultità dunque subentra il senso di vergogna della CPF e tutto finisce nel cassetto chiuso a chiave dell’ippocampo. Gli adolescenti non si comprendono più.
3. La melatonina si abbassa nel periodo precedente e durante la pubertà e la regolazione dei ritmi circadiani è influenzata dagli ormoni sessuali . Dai graziosi esserini pressappoco accondiscendenti degli anni prima, sorge un Pipistrello che alla sera non c’è modo di abbattere e al mattino sembra Nosferatu scoperchiato dalla tomba. In più , le luci artificiali (siano esse schermi o abat jour accesi vicino alla faccia del mammifero notturno che socializza soprattutto dopo le 17 a.m.) diminuiscono ulteriormente i livelli di melatonina nel loro sangue e alzano i livelli di allerta dei genitori. Il che significa abbattimento ultrarapido della vita di coppia in similitudine a quanto succede ai leoni nei parchi safari con il sole artificiale sparato nelle pupille per i giri by night dei turisti. E quindi veniamo al punto 4, più pertinente alla quarantena.
4. La domiciliazione coatta aumenta il cortisolo (l’ormone dello stress) e diminuisce l’ossitocina (l’ormone dell’attaccamento e dell’amore filiale-coniugale) che diminuendo abbassa la dopamina e le endorfine che diminuendo fanno scattare per circuito filogenetico primordiale la fame e in particolare la ricerca di carboidrati complessi. Il circuito della gratificazione praticamente cerca altri input. Ed ecco che si producono in casa dolci, pane, pizze in quantitativo da grande azienda con la stessa eccitazione maniacale dei tizi che fanno colazione nella pubblicità del Mulino Bianco. Ma c’è un ma: punto 5.
5. Le adolescenti sono quasi tutte a dieta o ci stanno attente. Il quantitativo industriale di carboidrati complessi, a cui le Ado hanno magari partecipato nella realizzazione, finisce nei corpi a basso livello di serotonina dei genitori, in particolare delle madri che sono cresciute con il Diktat “il cibo non si butta”.
Gli adolescenti maschi hanno fame per definizione, è il testosterone. Con il fagocitamento dei carboidrati complessi incrementano la quota di ATP mentale e muscolare e le soluzioni sono due: o si concede loro di fare i Pipistrelli in free climbing sulle pareti del condominio o si compra loro un sacco da boxe in cavi d’acciaio. La terza alternativa è lasciare che il coma glicemico li riduca a vegetali sdraiati sul letto con le cuffie.
6. La scuola per i Pipistrelli è soprattutto relazionalità da occupazione diurna ma anche fonte di stress cronico. Anche i docenti fungono da CPF esterna. La mancanza della frequentazione scolastica , dopo l’iniziale euforia maniacale da libertà acquisita in modo assolutamente inaspettato, porta nei giovani mammiferi ad una depressione da crisi di astinenza della fonte di stress e di controllo. Quindi usano i genitori come alimentatore esterno di cortisolo.
Come? Passando dall’ interpretazione esasperata dei dolori del Giovane Werther a quella della Fuga da Alcatraz con tanto di pupazzo in cartapesta nascosto sotto le coperte e lenzuola annodate dal balcone al marciapiede.

Per i genitori: appendete l’esalogo sulla cabina doccia- luogo in cui le Pipistrelle passano appese la maggior parte del tempo, o sullo sportello del frigo- portale di evasione universale per i Pipistrelli maschi. Voi genitori imparatelo a memoria come il Credo.
Sopravviverete.

ACEs: Esperienze Sfavorevoli Infantili e loro influenza sullo sviluppo neurofisiologico-cognitivo ed emozionale

AIAS di Milano Onlus ha organizzato il 18 ottobre 2019 la giornata di formazione sugli ACEs (ACEs, Adverse Childhood Experiences, Anda et al. 2006) tenuta dal Prof. Benedetti° e dalle sue collaboratrici Sara Poletti° e Benedetta Vai°.

Come ha ben evidenziato nel saluto iniziale la Prof.ssa Flavia Valtorta: “Mentre è noto da tempo che le esperienze avverse infantili possono costituire un importante fattore di rischio per lo sviluppo di patologie psichiatriche anche in età adulta, più recente è il riconoscimento del loro ruolo come fattori di rischio per moltissime patologie mediche.“, la portata dell’influenza degli eventi avversi durante l’età evolutiva rispetto alla psicopatologia e alla salute generale è arrivata  solo  con l’accordo condiviso  con il modello ormai noto come bio-psico-sociale (Fassino et al. 2007). Il gruppo di relatori della giornata ha inoltre presentato la ricerca più avanzata su questi argomenti, utilizzando un approccio scientifico innovatore in grado di collegare esperienze psicologiche a modificazioni nel programma di sviluppo biologico del cervello e dell’organismo in generale. Si comincia quindi a intravedere e a comprendere l’interazione tra geni, ambiente ed esperienze in termini neurobiologici; riprendendo ancora la presentazione della Prof.ssa Valtorta: “Tale interazione in definitiva definisce la nostra vita nella sua unicità..”. L’esistenza di una vulnerabilità biologica e di una predisposizione alla psicopatologia si accompagna allora alla considerazione di un ruolo fondamentale dei fattori psicologici e sociali nella comparsa immediata o successiva di un’alterazione dello sviluppo neurobiologico.

Il contributo del Prof. Benedetti e delle più giovani colleghe ha sottolineato che negli ultimi anni le ricerche mostrano quanto eventi di vita particolarmente difficili, vissuti in età infantile, abbiano un impatto a lungo termine anche sull’insorgenza di malattie mediche, oltre che sull’adozione di comportamenti a rischio da parte degli individui, dall’infanzia all’età adulta come già avevano intuito Pinel (Woods e Carlson 1961), Janet (1907) e poi Bowlby (1984). Già in passato quindi diversi studi di ricerca psicologica hanno sostenuto che la biografia dei pazienti e il background dei loro genitori andavano indagati in modo approfondito. Per esempio, in alcune famiglie isolate di basso ceto sociale l’incesto sembra trasmettersi di generazione in generazione (Van Stolk e Frenken, 1986). Un’analoga forma di trasmissione è stata descritta per quanto riguarda la violenza sui bambini e la mancanza di cure nei loro confronti. Nello Studio di Delozier (1982) si evidenziava che quasi tutte le madri che maltrattano i figli hanno avuto una biografia di attaccamento ansioso. Sono madri che raccontano di essere state molto spesso minacciate dai genitori di separazione o di violenza fisica e, nella maggior parte dei casi, di essere state per i genitori figure importanti di attaccamento. In Olanda, Kolk (1988) ha mostrato come biografie di attaccamento ansioso possano influire sugli atteggiamenti e i comportamenti nell’allevare i figli e provocare in questi ultimi fobie quali l’agorafobia e la fobia della scuola.

Alle stesse conclusioni hanno portato i primi dati provenienti dalla ricerca epidemiologica degli anni ’70 (Brown & Harris, 2012) e dall’ “ACE Study” che dal 1994/5 costituisce una delle più ampie indagini epidemiologiche a livello internazionale ancora in atto.

In tempi più recenti si è riusciti ad evidenziare che la plasticità cellulare e la modulazione neurobiologica sono oggetto di continue trasformazioni indotte anche da fattori ‘danneggianti ‘ prodotti da relazioni primarie e/o da ambienti disadattivi che facilitano l’insorgenza non solo di patologie psichiatriche ma anche di patologie mediche. Ovvero ai fattori genetici, ereditari e costituzionali, insieme a quelli endogeni epigenetici vanno aggiunti sia i fattori psicologici -intesi non solo come prodotto di eventi traumatici tout court, ma anche come conseguenza di attaccamenti disfunzionali durante la crescita- sia quelli sociali, costituiti dall’ambiente interpersonale, extra familiare e culturale.

Ma qual è la correlazione tra gli ACEs, le malattie fisiche e/o l’adozione di comportamenti a rischio-quali per es. la dipendenza da sostanze, l’abuso di cibo, i disturbi comportamentali? La giornata ha illustrato come la correlazione tra ACEs e malattie in generale potrebbe essere spiegata ricorrendo a diversi meccanismi: alcuni di natura più squisitamente psicologica agenti sullo sviluppo socio-emozionale del bambino, altri di natura neurobiologica attraverso l’azione dello stress e dei suoi effetti sulla maturazione cerebrale, sull’apparato neuroendocrino, immunitario e neurotrasmettitoriale. Le esperienze sfavorevoli infantili sembrerebbero comportare uno stress precoce e comporterebbero un rilevante fattore di rischio per moltissime patologie mediche: soprattutto, ma non solo, per disturbi cardiaci, per malattie polmonari croniche, per epatopatie, per malattie autoimmunitarie.

Per quanto riguarda i disturbi psichiatrici, i dati emersi indicano che la depressione e i tentati suicidi risultano correlati, in percentuale rilevante (oltre il 50% dei casi) alle ACEs, così come il PTSD, il disturbo borderline di personalità, i disturbi dissociativi e le allucinazioni (Chapman, 2004; Whitfield, 2005).

Due processi fondamentali appaiono essere influenzati negativamente dall’abuso infantile e dalla trascuratezza, così come dalle ACEs in generale: il neurosviluppo (la crescita fisica e biologica del cervello, dei nervi e del sistema endocrino) e lo sviluppo psicosociale (la formazione della personalità, che include morale, valori, condotte sociali, capacità di avere relazioni con gli altri, rispetto per le istituzioni sociali etc).

Molti studi ci permettono quindi di affermare che anche le reazioni emozionali possono determinare numerosi processi neurofisiologici e modificazioni somatiche (Lekander & Mats, 2002). La disregolazione emozionale prodotta dagli ACEs indurrebbe quindi alterazioni neuroendocrine e neuroimmunologiche e sarebbe alla base dell’insorgenza anche di patologie somatiche.

 

Dott.ssa Olivia Ninotti –  Neuropsichiatra Infantile, Psicoterapeuta SISPI, Direttrice Sanitaria AIAS di Milano Onlus

 

Relatori della giornata formativa:

Prof. Francesco Benedetti – Psichiatra, specialista in psicologia clinica, capo dell’Unità di Psichiatria e Psicobiologia clinica Ospedale San Raffaele di Milano

Dott.ssa Sara Poletti – Psicologa sperimentale, Ricercatore in fisiologia umana (Università Vita-Salute San Raffaele)

Dott.ssa Benedetta Vai – Psicologa clinica e Ricercatore (Fondazione Centro San Raffaele), Docente (Università Vita-Salute San Raffaele)

Saluto in apertura giornata formativa:

Prof.ssa Flavia Valtorta – Direttore della Divisione di Neuroscienze dell’Istituto Scientifico San Raffaele, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele

 

BIBLIOGRAFIA:

Anda R.F., Felitti V.J., Bremner J.D., Walker J.D., Whitfield C.H., Perry B.D., Giles, W.H. The enduring effects of abuse and related adverse experiences in childhood. European archives of psychiatry and clinical neuroscience, 2006.

Bowlby, J. (1984). Violence in the family as a disorder of the attachment and caregiving systems. The American Journal of Psychoanalysis, 44(1), 9-27.

Brown G.W., Harris T. Social origins of depression: A study of psychiatric disorder in women. Routledge, 2012.

Chapman D.P., Whitfield C.L., Felitti V.J., Dube S.R., Edwards V.J., Anda, R.F. Adverse childhood experiences and the risk of depressive disorders in adulthood. Journal of affective disorders, 2004

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Woods E.A., Carlson E.T. The psychiatry of Ph. Pinel. Bull Hist of Medicine, 1961.

Sessualità e affettività nella disabilità cognitiva e complessa

Dott.ssa Olivia Ninotti, Neuropsichiatra Infantile, Psicoterapeuta SISPI, Direttrice Sanitaria AIAS di Milano Onlus.

 

Al Congresso CRL della Aias Lombarde “Dalla diversità alla diversa abilità” che si è tenuto il 18/11/2017 ho voluto sottolineare nella relazione il concetto di come i bisogni affettivi e sessuali siano uguali per le persone disabili anche se è necessario una rimodulazione differente e ‘individualizzata’ rispetto al modello sociale dominante normotipico.

Quali sono infatti le problematiche più ricorrenti che si riscontrano per quanto riguarda il rapporto tra disabilità e sessualità? Primo, la sessualità e l’espressione sessuale delle persone disabili continua ad essere controversa e gravida di pregiudizi (Wolfe, 1997). Vi sono barriere di natura attitudinale GENERALE ossia atteggiamenti e comportamenti di familiari, operatori e specialisti che denotano una tendenza a disconoscere o misconoscere il diritto all’espressione di una naturale, in senso di biologica, sessualità da parte delle persone con disabilità complessa. La persona disabile viene visto come l’eterno bambino, come asessuale   o riconosciuto nella sua sessualità e affettività solo nei comportamenti problema.

Vi sono poi barriere di tipo attitudinale SPECIFICO: adolescenti disabili hanno meno contatto con i compagni al di fuori del contesto scolastico e/o familiare con la conseguenza che anche nella fase successiva della vita le persone con disabilità usufruiscono di una rete sociale di supporto e di relazioni amicali ed affettive decisamente meno estesa e gratificante rispetto a quella delle persone non disabili (Krauss, Seltzer e Goodman, 1992).

Ma ..

La definizione aggettivale e quindi esclusivamente qualificativa di disabilità è un cappello enorme, all’interno del quale esistono tutta una serie di variabili e tutta una serie di mondi.

Innanzitutto: disabilità fisica o disabilità ‘mentale’? Nel caso della persona con disabilità fisica siamo di fronte ad una “incapacità di fare”. Nel caso di quella con disabilità cognitiva e/o complessa si tratta di una “incapacità nella responsabilità di fare” con livelli di gravità e di competenza diversi.

Le donne con disabilità cognitiva e/o complessa possono essere maggiormente e in generale esposte al rischio di subire un abuso perché hanno minori possibilità di difesa sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista emotivo-relazionale.

Un ‘ ulteriore difficoltà per loro è quella della contestualizzazione e del conseguente riconoscimento dell’abuso subito. Dall’altra parte, esperienze avverse nell’infanzia (ACE) come abusi fisici, psicologici, sessuali, trascuratezza materiale e disfunzionalità familiari hanno effetti psicobiologici anche sullo sviluppo cognitivo e possono portare alla strutturazione di un disabilità intellettiva oltre che alla comparsa di patologie psichiatriche ( Am J Prev Med,1998 e 2006;Benedetti F., 2017).

La stessa convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata nel 2007 e successivamente ratificata in Italia, sia con un esplicito riferimento all’esercizio della sessualità sia indirettamente, riconosce ripetutamente in diversi articoli, a livello di obblighi generali, di diritto alla casa ed alla famiglia, di diritto alla vita, di libertà, di inclusione, di vita indipendente, di educazione e di salute, la necessità di non discriminare le persone con disabilità per quanto riguarda il pieno godimento dei propri diritti, definendo una base etico giuridica agli interventi che sostengono l’educazione e la tutela della sessualità umana anche per le persone disabili.

Affermare dunque l’importanza del sostegno all’affettività e alla sessualità nelle persone disabili attraverso una cultura del ‘differente’ che però garantisca gli stessi diritti pur declinati nell’individuale diventa doveroso dal punto di vista etico, legislativo ma anche tutelante il benessere psicofisico.

La sessualità è un istinto innato legato infatti a due dimensioni fortemente intrecciate: una rimanda alla relazione, al desiderio di incontro e scambio globale, ai sentimenti d’amore e d’affetto (componente relazionale); l’altra a componenti quali la genitalità, l’erotismo, la corporeità, la ricerca del piacere (componente fisica).

Concetto chiave dello sviluppo di un’affettività e sessualità competenti è trasformare i bisogni in desideri, poiché il desiderio implica un impulso volitivo, modulabile nel tempo e nello spazio diretto a un oggetto esterno specifico e il desiderio implica esso stesso l’immaginazione e l’affettività.

Ma la sessualità disabile è poco “normalizzabile”, in quanto non allineabile ai modelli dominanti.. L’esercizio della sessualità disabile viene quindi relegata ad una dimensione “cover” solo della componente fisica, al di fuori della relazionalità, in stretta associazione persino logistica con le pratiche di confine dell’igiene personale, delle funzioni corporee, del massaggio. Oppure viene vista solo nella sua presunta modalità infantile e fisica e quindi percepita come ‘comportamento problema’ perché «troppo relazionale» e relegata al controllo farmacologico o alle tecniche di rieducazione e spostamento del sintomo.

Poiché lo sviluppo relazionale-sociale e poi sessuale cominciano nel corso dell’infanzia e progrediscono nel corso della vita, le persone con disabilità devono poter essere aiutate a muoversi verso la maturità sociale e sessuale e necessitano di opportunità ed occasioni per sviluppare le amicizie e le relazioni.

Ovvero la sessualità va insegnata e appresa attraverso l’affettività sin dall’infanzia attraverso la famiglia, la socializzazione e le relazioni. La sessualità dunque non è secondaria rispetto ad altri aspetti, come l’integrazione scolastica, sociale e l’inserimento lavorativo. Lavorare sulla sessualità non può prescindere dal lavorare su tutti gli aspetti della personalità a seconda dello sviluppo cronologico e cognitivo.

Diventa importante anche programmare delle visite ginecologiche e andrologiche, esattamente come avviene nell’adolescenza ‘normotipica, e caldeggiare una formazione degli operatori sanitari specialistici, perché visitare una persona con una disabilità complessa richiede spesso una collaborazione multidisciplinare e un ‘saper ‘ e un ‘saper fare’ capace sugli aspetti comportamentali.

Il supporto invece alla sessualità nella disabilità complessa grave si rivolge soprattutto ai caregivers attraverso counseling o percorsi psicoterapeutici anche prima del sopraggiungere della pubertà del figlio/a e al contesto extrafamiliare (quando possibile) attraverso formazioni ad hoc.

Quando emergono comportamenti sessuali inappropriati come un aspetto poco curato, scarsa igiene personale, mancata acquisizione del senso comune del pudore sociale, interessi specifici e ossessioni-compulsioni sessuali, indifferenziata o promiscua scelta del partner, stalking, poca capacità di riconoscere o rifiutare un’interazione sessuale non gradita, va sempre considerata quale sia la causa o le concause sottostanti alla problematicità rilevata. Spesso infatti i ‘comportamenti problema’ di tipo sessuale sono sintomi di difficoltà più sommerse che riguardano la cognizione, l’affettività e l’emotività.

In particolare in molte disabilità complesse e soprattutto nei disturbi dello spettro autistico l’affettività ha un’espressione percettiva, ovvero la particolarità dell’attaccamento risulta ‘guidato’ dall’ ipo o ipersensorialità recettiva. Nel libro di Hilde De Clercq «Il labirinto dei dettagli» Thomas, il figlio dell’autrice, è un bambino autistico:si fida delle donne bionde con la coda di cavallo come la sua mamma; quando il nonno va via, lo saluta solo se viaggia nella macchina verde: “Quando Thomas ancora non guardava, selezionava già un odore, magari il mio profumo, e gli attribuiva, secondo noi, un significato esagerato..”

Disturbi nell’emotività e nell’empatia sono altrettanto comuni in molte disabilità intellettive e nei disturbi dello spettro autistico.

Le emozioni, soprattutto negative, sono vissute allora in modo confuso e auto-eteroagite; quelle positive possono esprimersi con scariche eccitatorie, manierismi o comportamenti sessuali ossessivo-compulsivi. Vi è in questi casi l’attivazione della modalità preverbale per esprimere le proprie emozioni proprio per un deficit di mentalizzazione degli stati emotivi. Spesso la comprensione dell’emotività propria e altrui non si evolve “naturalmente” ma deve essere appresa nei suoi aspetti “cognitivi-affettivi”. Diventa quindi fondamentale aiutare i ragazzi a farsi un’idea concreta (non intuitiva) di quello che gli altri pensano, sentono, provano, a regolare le proprie emozioni e ad imparare le regole e le distanze sociali.

Più a monte ancora, nella sviluppo della sessualità nella disabilità, va contrastata culturalmente l’infantilizzazione o il pregiudizio di ‘non competenza a priori’. I ragazzi con disabilità fin in epoca precoce e in modo individualizzato devono essere sostenuti all’autonomia personale, nella cura di sé e nella gestione delle relazioni. Nello stesso tempo, va contrastata anche la risposta sociale “positiva” o compiacente a comportamenti inadeguati per l’età, quali abbracciare gli estranei o baciarli.

In conclusione, la sessualità è un comportamento appreso che nasce da un istinto.

E’ quindi un apprendimento che nasce da lontano, da quando si è piccoli, prendendo consapevolezza della propria identità e ruolo di genere fino all’orientamento sessuale e alla capacità di stare con gli altri in modo adattativo.

In quest’ottica tutte le persone (con disabilità o meno e nella loro diversità) dovrebbero essere accompagnate sin dall’infanzia a trasformare i bisogni in desideri perché possano realizzarli in autodeterminazione e in relazione con.

 

BIBLIOGRAFIA

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Il corpo porta il mondo nel cervello e il cervello guida il corpo nel mondo

RIVISTE ERICKSON

Logopedia e comunicazione

Vol. 13, n. 3, 2017

Studi
Maria Luisa Gava Lia Mastrogiacomo Olivia Ninotti Elisabetta Roca
Il corpo porta il mondo nel cervello e il cervello guida il corpo nel mondo
DOI: 10.14605/LOG1331703
Il presente lavoro illustra il percorso riabilitativo integrato tra trattamento logopedico e l’approccio c.m.i.® (cognitivo-motivazionale-individualizzato) in un bambino di 8 anni affetto da una patologia neuro-cognitiva con conseguenti difficoltà comunicativo-linguistiche. Viene evidenziato come un lavoro di orientamento alle dimensioni del mondo reale (spazio, tempo, relazioni e oggetti) possa aiutare a stabilizzare e fare evolvere, mediante punti di riferimento, le conoscenze del bambino. Occorre sottolineare come la componente linguistica (in comprensione e in produzione) ne abbia tratto giovamento e la capacità di manipolare il proprio vissuto (ricostruito tramite elementi grafici mobili) abbia permesso al bambino di analizzare meglio i vari contesti, favorendo il linguaggio verbale.

Di seguito il link a cui trovare l’articolo per intero:

 

Deglutizione Atipica e Terapia Miofunzionale (di Emanuela Cedone)

Se il tuo bambino ha la lingua che fuoriesce dai denti quando deglutisce o non pronuncia bene alcuni fonemi (es :
/s/, /z/ /ʃ/, /ʣ/, /ʦ/, /ʧ/, /dʒ/) e la lingua si interpone tra i denti , oppure la lingua è in posizione anteriore e gli incisivi sembrano quelli del coniglietto e sporgono in fuori dalla bocca, è meglio fare un controllo logopedico ed ortodontico per valutare se ha una deglutizione “infantile” causata molto probabilmente: dall’uso protratto del biberon o del ciuccio;da abitudini viziate, come il succhiamento del pollice e il rosicchiamento delle unghie;da affezioni del cavo nasale, come riniti ricorrenti o croniche, sinusiti, ipertrofia delle adenoidi o dei turbinati che portano il bambino a respirare a bocca aperta impedendo la corretta chiusura delle arcate dentarie e obbligando la lingua a stare in basso e a muoversi in avanti ad ogni atto deglutitorio.

Solitamente Il passaggio dalla deglutizione infantile a quella adulta,avviene autonomamente e intorno ai 18-20 mesi inizia il graduale passaggio dalla deglutizione infantile a quella di tipo adulto. Ma non ci si deve allarmare perché è possibile correggere queste abitudini viziate e la posizione corretta della lingua durante la deglutizione (un processo neuromuscolare articolato e complesso che consente la progressione ed il trasporto del bolo alimentare, liquido e solido dalla cavità orale verso le vie digestive inferiori ) con un TERAPIA MIOFUNZIONALE che rieduca la funzione muscolare dell’apparato bucco linguo facciale che permette la respirazione e la deglutizione corretta e automatizzata comportando il raggiungimento di un buon funzionamento del sistema orale nell’attesa del completamento della dentatura e dello sviluppo evitando, un peggioramento e una malocclusione. La terapia miofunzionale è indicata nei pazienti in crescita (bambini dai 6/7 anni fino all’età adolescenziale) ed è necessaria una collaborazione del bambino e della famiglia sia durante le sedute che a casa con esercizi mirati
ma molto semplici e con pochi strumenti . Il trattamento rieducativo logopedico deve essere affiancato ad un
trattamento ortodontico o otorinolaringoiatra. Il trattamento dura circa 8/10 incontri mono – settimanali e gli esercizi assegnati andranno ripetuti a casa tutti i giorni , si effettueranno dei controlli nei mesi successivi per verificarne l’automatismo.