Riflessioni sul fine pena MAI

Dott.ssa Olivia Ninotti

Amiamo pensare di poter prendere decisioni sulla nostra vita per due motivi sostanziali: al concepimento e alla nascita non ci siamo riusciti e per la morte non c’è diritto di scelta. Adesso le nostre libertà sono limitate.
E’ un po’ come essere al mare d’estate e fuori diluvia.
Non puoi andare in spiaggia, tutto è scuro, gli ombrelloni sono chiusi e magari hai affittato una casa che è 50mq per tre persone ma siete in cinque.
Hai pure pagato per quella settimana e non puoi uscire.
Ma vedrai gente che esce lo stesso. E’ matematico. Alcuni pure osano sfidare il meteo infame con la bicicletta.
Poi ci sono gli anziani .
Non li ferma manco la grandine…Una sottocategoria di loro più invecchia più assume le caratteristiche metalliche di IronMan :sotto la grandine fanno il rumore delle pentole in acciaio inox picchiettate da una gragnola di sassi.
Ma a meno che tu non abbia scelto di andare in vacanza nel periodo dei monsoni, il brutto tempo passa.
Nell’era COVID19 la sensazione invece è il fine pena mai. Questo è il vero problema.
Conseguenze.
a) Il mondo si sta dividendo in tre: agli estremi dello spettro i rispettosi delle regole fino al talebanismo e gli indifferenti. In mezzo, i fatalisti. All’origine c’è la stessa schizofrenia empatica per cui si proteggono alcuni animali e se ne mangiano altri. I bambini ad un certo punto hanno l’illuminazione che la coscia di pollo del banco frigo non nasce a terra come le zucchine ma poi insegniamo loro la disconnessione emotiva per cui ci sono le galline e le coscie di pollo. Li rendiamo fisiologicamente psicotici per la categoria cibo carnivoro.
b) Quella dell’uomo è una specie aggressiva di base come quella degli scimpanzè. In libertà, le Rhesus –maschio o femmina-puniscono ogni componente che non si conforma alle regole del gruppo. In cattività il comportamento di gruppo diventa feroce e disorganizzato: vigerà la legge del più forte e ogni outsider comportamentale verrà abbattuto. Noi esseri umani in circostanze critiche devolviamo. Alla fine dovremmo dircelo, tutte le scimmie antropomorfe discendono dai predatori bipedi come il Velociraptor o il Trodon.
c) Il senso di moralità è culturalmente radicato nel nostro sviluppo evolutivo perché da questo dipende la sopravvivenza del gruppo sociale. La differenza coi mammiferi infatti è che l’uomo non fa solo gruppi famigliari . L’uomo si organizza in società ovvero più clan uniti senza consanguineità. Da qui deriva l’idea che dobbiamo essere responsabili delle nostre azioni. ’Sta minchia e vediamo perché ancora a punti, ma usiamo i numeri.
1. Nell’infanzia e nell’adolescenza la Corteccia prefrontale (CPF), che frena l’impulsività e orienta in gran parte il comportamento morale, è ancora immatura. La quarantena dimostra che i nostri figli reclusi per un periodo non definito si trasformano in scimmie Rhesus in cattività.
2. Ma pure gli adulti non scherzano. La cattività da sensazione di quarantena infinita produce effetti collaterali neurobioendocrinologi non da poco. Figuriamoci se poi c’è già una fragilità neuropsichiatrica di base. La diminuzione della serotonina produce l’aumento dell’aggressività, dell’impulsività e dei comportamenti antisociali. Diminuisce l’ossitocina, brutta roba:non solo non comunica più al cervello che si è mangiato a sufficienza e quindi ci ingozziamo, ma soprattutto l’amigdala-centro della paura e dell’aggressività-spara a caso. Il nemico è tutto ciò che è fuori, virus o persona che sia. C’è il collasso della compassione intesa nel senso etimologico del termine.
3. Agli anziani la CPF funziona meno o male e infatti se sono in grado di muoversi autonomamente, sono quelli che escono di più. Il loro lobo limbico li induce a fare quello che li fa stare meglio: wandering (con o senza cane) e spesa ( 3 -6 volte al giorno che comunque ha come nucleo sostanziale il wandering ma finalizzato).
4. I runner ondeggiano tra la ricerca della gratificazione e la crisi di astinenza di sostanze psicotrope endogene. Ma non sono cattivi. Come i vecchi fanno quello che li fa stare meglio.

Ed è questo il punto. Che tutti usciremmo se potessimo. Perché uscire non è solo una libertà. Uscire fa bene. Non farlo predispone alla depressione, nel migliore dei casi.
Le endorfine, la prolattina, la neurotrofina BDFN, la dopamina e la serotonina combattono lo stress e si innalzano con lo sport e la luce. I vecchi,i bambini e i runner lo sanno in modo più o meno consapevole.
Ma le sostanze sovracitate fanno anche altre due cose.
Migliorano le abilità di analisi e di riflessione del mondo circostante potenziando o creando le connessioni nella famosa CPF.
E se la CPF è potenziata, il controllo sulle reazioni emotive è più adeguato.
In una situazione in cui l’incertezza della durata di una quarantena rischia di diventare un elemento traumatico per la popolazione, il succo è cercare allora di trovare un compromesso tra le restrizioni necessarie per l’abbattimento del contagio e la sopravvivenza dei nostri cervelli perché non si adattino ma imparino.
E per imparare i circuiti cerebrali devono essere nelle condizioni neurotrofiche adeguate.
Anche luce e movimento allora.
Gli effetti cognitivi, relazionali e sociali di un’emergenza purtroppo si possono vedere solo a lungo e medio termine e non possono essere scotomizzati da quelli epidemiologici di contenimento di una pandemia.
La visione dev’essere globale.
Come diceva J.Z.Young: “Un buon ambiente non è un lusso, ma una necessità”.
Altrimenti faremo le Rhesus in cattività, aggiungo io.

Le coppie al tempo della quarantena

Dott.ssa Olivia Ninotti

Le coppie al tempo della Quarantena La quarantena scatena nelle donne le pulizie ossessive e il Dono dell’Architetto d’Interno. E’ come se si aprisse un Terzo Occhio.Soprattutto nel weekend. Per l’uomo per esempio sarebbe necessario solo un piccolo specchio sopra il lavandino del bagno. Lei ai tempi pre-Quarantena ha accettato e lui lo ha appeso. Improvvisamente l’era COVID19 cambia le proporzioni. “Non mi piace, è troppo alto” sentenzia lei. Lui la fissa perplesso. “Se lo metto più in basso, mi rado il giugulo” “Ma io non mi vedo.” Lo sguardo di lui emette un laser a metro con misuratore a bolla tra il naso di lei e il centro dello specchio. “Come fai a non vederti?” “Non mi vedo tutta” “Ma non ti devi vedere tutta. C’è il lavandino.” Poi vorrebbe domandarle il motivo della necessità impellente di vedersi tutta ma il giro del cingolo lo avverte di tacere. “Non lo so..io questo lo metterei in corridoio..” “In corridoio? Io non faccio la barba in corridoio.” “No, no tipo punto luce che allarga. E sopra il lavandino mettiamo uno specchio 80 per 60”. Lui sa benissimo che lei sta tirando i numeri a caso,80 per 60 vuol dire per lei solo GRANDE. Ma non è quello. Sono le parole punto luce e allarga che hanno provocato la pulsione a DEFCON 3 del giro del cingolo. “Ma cosa dobbiamo allargare?” “Gli spazi.. Non senti anche tu che le mura soffocano?” “????” Intanto lei ,che mentre discute si muove, ha già popolato di oggetti ogni portaoggetti in bagno. E le mensole. Creme antiaging, creme all’acido glicolico con polistirolo e bava di lumaca, siero Vitamina C, deodoranti 48H, bagnoschiuma, shampoo per capelli crespi, shampoo per capelli secchi ma anche grassi, balsamo per capelli lunghi, balsamo per capelli colorati, balsamo per capelli biondi e delicati, balsamo per criniere equine, assorbenti per notte giorno salvaslip flusso medio normale emorragia, spazzole ,dentifricio gengive sensibili , dentifricio antitartaro, dentifricio zenzero e menta, salviette (intima, asciugamano, turbante per capelli bagnati, asciugapiedi)spugna normale e spugna scrub. Pazienza per le salviette: lui userebbe un unico asciugamano per asciugarsi tutto e per asciugare pure lei ma lei gli ha spiegato che è antigenico, lui non ne comprende il motivo, è schizzinoso solo nei capelli lunghi che trova eventualmente nella minestra. Comunque non è quello. Lui sa perfettamente che alcuni di quegli oggetti finiranno per essere soprammobili di cui lei non controllerà mai la scadenza. “Non fare quello sguardo ..” mormora lei, seccata . “Mi chiedo solo dove siano le altre..” “Quali altre?” “Le altre che vivono in questa casa. La bionda coi capelli crespi o la tinta con la pelle vecchia.. ” “Tu non mi capisci.” “Ma cosa non capisco?” risponde l’uomo che non capisce. Lei si rannuvola. “Non voglio che tu mi fraintenda..” Qui occhio,uomini,fraintenderete. Quindi durante la quarantena il dialogo e la comunicazione di coppia sono abolite. Uscite a fare la spesa o a comprare le sigarette.

Consigli di una mamma neuropsichiatra per i più piccoli

Dott.ssa Silvia Medri

La clausura in casa per i bimbi che frequentano di solito il nido o la materna è una bellissima avventura : possono
vedere sempre i loro genitori e non doversene separare mai, il loro mondo siamo noi e la nostra casa il loro regno .
Più difficile invece è sopravvivere per noi genitori ! La sensazione di reperibilità 24 ore su 24 è faticosa e opprimente , e rischia di inficiare la nostra modalità di relazione con loro…
Anche in questo caso come vale per i minori in età scolare é importante per noi e per loro strutturare una giornata il più possibile routinaria, che ci permetta di avere in mente quando occuparci di loro in senso qualitativo e quando darci un attimo di tregua .
Consiglio la colazione se possibile come orari tutti insieme, e cominciare poi la giornata con una bella canzone mentre ognuno mette a lavare la sua tazza!
Poi a seconda della nostra disponibilità oraria cerchiamo di dedicare loro qualche ora al mattino o qualche ora a pomeriggio -ma che sia più o meno sempre la stessa – per fare insieme dei lavoretti o dei giochi, tarati sui loro desideri .
Tendenzialmente sfruttare la televisione almeno quando siamo costretti a lavorare è in questo periodo consigliato, ci sono tantissimi programmi molto belli su qualsiasi rete televisiva . Possiamo se il lavoro ce lo permette restare nella stessa stanza con loro , noi a un tavolo loro davanti allo schermo con un volume decente, così da partecipare almeno fisicamente al “ tempo schermi”.
Ci sono sui tablet anche dei bellissimi giochi che stimolano a seconda dell’età le loro abilità , con i colori, le quantità , i numeri….
Non dimentichiamoci di strutturare nel corso della giornata del tempo dedicato alla attività fisica per loro: anche solo ballare o dare pugni a un cuscino per i maschietti o correre per tutta la casa ! È importante abbiano uno sfogo fisico permesso !
Cerchiamo poi il più possibile di coinvolgerli nelle attività domestiche , alla loro età é importante si sentano partecipi di quello che li circonda e responsabilizzarli con un compiti preciso tutto loro è una ottima idea: responsabile della pulizia del tavolo della cucina per esempio, tutti i giorni…è in modo per non renderli totalmente avulsi dal mondo concreto e continuare a farli crescere .
La sera la routine solita andrà per alcuni spostata un po’ più avanti come orari, è possibile che siano oggettivamente meno stanchi, non insistiamo se ci siamo accorti che è qualche giorno che non hanno sonno alla solita ora, piuttosto che litigare da oggi posticipiamo di una oretta tutte le procedure e leggiamo un libro insieme se ancora ne abbiamo la forza o guardiamoci una puntata di un cartone animato.
E finalmente … buona notte a tutti !

Consigli di una mamma neuropsichiatra

Dott.ssa Silvia Medri

La prima settimana di vaga euforia per le vacanze di carnevale prolungate ha lasciato il passo a una settimana confusa e disregolata. Le scuole pian piano con i mezzi che hanno a disposizione da lunedì hanno cercato di entrare nelle nostre case rifilandoci compiti più o meno gestibili … rimane in ogni caso un grande vuoto nei nostri figli: la loro vita autonoma dal nucleo familiare é completamente scomparsa da un giorno all’altro .
Come possiamo rendere loro più sensata la vita questo periodo? Più umana nel vero senso della parola? Non possiamo sostituire i loro amici, nè pretendere di essere i genitori di ieri.
Innanzitutto sfruttiamo (andando contro corrente a tutto ciò che fino a poco fa si diceva! ) le possibilità tecnologiche che il mondo virtuale ci offre: una chat tra compagni di classe e amici è in questo periodo essenziale … le piattaforme che permettono loro di condividere pensieri e stupidaggini sono boccate di ossigeno .
Non pretendiamo di essere i loro insegnanti, interveniamo in aiuto quando necessario nel limite delle nostre competenze, i docenti sanno perfettamente che tutto quello che viene proposto ora andrà ripreso poi da loro una volta rientrati nella normale frequentazione scolastica .
Strutturiamo una idea di giornata : rendere routinaria la vita quotidiana è fondamentale per i bambini e per i pre adolescenti , permette loro di sapere che esistono momenti di studio e concentrazione e altrettanto momenti di “libertà” . Condividere con loro il plannign giornaliero ( niente di eccezionale, un bel foglio con segnate le attività : per esempio dalle dieci alla una si studia, pausa pranzo, dalle due alle tre relax , dalle tre alle quattro ora di motoria, alle quattro si cucina si legge si suona… )ci permette anche di non piombare su di loro a orari casuali pretendendo si attivino a connettere il cervello salvo poi dimenticarsi di tutto con una telefonata di lavoro che ci distrae. Strutturiamo insieme ai momenti di studio e di relax una ora al giorno dedicata alla attività motoria e alla cucina, o alla musica per chi lo sa fare o osa provarci ! Ricordiamoci che non siamo i loro insegnanti ma possiamo solo “passare “ loro quel che già sappiamo …
Insomma rendiamoli autonomi nella gestione modulata insieme a noi delle loro giornate , rendendo anche noi meno sovraccarichi in concreto e cognitivamente. In bocca al lupo!

Gli adolescenti al tempo della quarantena: esalogo per i genitori

Dott.ssa Olivia Ninotti

Gli adolescenti sono un devianza parafisiologica dell’essere umano. Vediamo i punti fondamentali dal punto di vista neuroendocrinologico per una comprensione degli aspetti peggiori durante il periodo di quarantena.

1. La corteccia prefrontale (CPF) matura intorno ai 20 anni. La CPF serve per la programmazione e l’organizzazione di pensieri ed azioni,per l’impostazione dei limiti e della morale. Fino ai 12-13 anni i genitori assumono il compito di sostituti esterni della CPF, poi all’improvviso la pubertà fa capire ai figli che gli adulti non hanno più alcun potere di imporre loro il ruolo di carcerati in libertà vigiliata. Gli adolescenti non credono che il problema sia il loro cervello immaturo, ma i genitori.
Veniamo al punto successivo.
2. La pubertà è una miscela esplosiva di ormoni sessuali. Parte con l’attivazione del gene kiss 1, per cui si dice che “la pubertà inizia con un bacio” ma non c’è nulla di romantico. Il vantaggio darwiniano dell’attivazione della pubertà è quello di mettere giovani individui sani e vigorosi in grado di riprodursi. Ma i genitori vedono solo lo Sturm und Drang che li lascia basiti davanti ad una Cosa diventata impulsiva, quasi insensibile alle punizioni e predisposta all’ abbandono del nido. Siccome la CPF è ancora immatura, la Cosa non se ne rende conto e si controlla poco. Di contro i genitori hanno rimosso la loro , di pubertà: quando tornavano talmente ubriachi da un capodanno da accendere con un rutto la stufa a pellet o quando piaceva da morire il compagno di classe cannaiolo che non sapeva mettere in fila due frasi di senso logico e compiuto. In adultità dunque subentra il senso di vergogna della CPF e tutto finisce nel cassetto chiuso a chiave dell’ippocampo. Gli adolescenti non si comprendono più.
3. La melatonina si abbassa nel periodo precedente e durante la pubertà e la regolazione dei ritmi circadiani è influenzata dagli ormoni sessuali . Dai graziosi esserini pressappoco accondiscendenti degli anni prima, sorge un Pipistrello che alla sera non c’è modo di abbattere e al mattino sembra Nosferatu scoperchiato dalla tomba. In più , le luci artificiali (siano esse schermi o abat jour accesi vicino alla faccia del mammifero notturno che socializza soprattutto dopo le 17 a.m.) diminuiscono ulteriormente i livelli di melatonina nel loro sangue e alzano i livelli di allerta dei genitori. Il che significa abbattimento ultrarapido della vita di coppia in similitudine a quanto succede ai leoni nei parchi safari con il sole artificiale sparato nelle pupille per i giri by night dei turisti. E quindi veniamo al punto 4, più pertinente alla quarantena.
4. La domiciliazione coatta aumenta il cortisolo (l’ormone dello stress) e diminuisce l’ossitocina (l’ormone dell’attaccamento e dell’amore filiale-coniugale) che diminuendo abbassa la dopamina e le endorfine che diminuendo fanno scattare per circuito filogenetico primordiale la fame e in particolare la ricerca di carboidrati complessi. Il circuito della gratificazione praticamente cerca altri input. Ed ecco che si producono in casa dolci, pane, pizze in quantitativo da grande azienda con la stessa eccitazione maniacale dei tizi che fanno colazione nella pubblicità del Mulino Bianco. Ma c’è un ma: punto 5.
5. Le adolescenti sono quasi tutte a dieta o ci stanno attente. Il quantitativo industriale di carboidrati complessi, a cui le Ado hanno magari partecipato nella realizzazione, finisce nei corpi a basso livello di serotonina dei genitori, in particolare delle madri che sono cresciute con il Diktat “il cibo non si butta”.
Gli adolescenti maschi hanno fame per definizione, è il testosterone. Con il fagocitamento dei carboidrati complessi incrementano la quota di ATP mentale e muscolare e le soluzioni sono due: o si concede loro di fare i Pipistrelli in free climbing sulle pareti del condominio o si compra loro un sacco da boxe in cavi d’acciaio. La terza alternativa è lasciare che il coma glicemico li riduca a vegetali sdraiati sul letto con le cuffie.
6. La scuola per i Pipistrelli è soprattutto relazionalità da occupazione diurna ma anche fonte di stress cronico. Anche i docenti fungono da CPF esterna. La mancanza della frequentazione scolastica , dopo l’iniziale euforia maniacale da libertà acquisita in modo assolutamente inaspettato, porta nei giovani mammiferi ad una depressione da crisi di astinenza della fonte di stress e di controllo. Quindi usano i genitori come alimentatore esterno di cortisolo.
Come? Passando dall’ interpretazione esasperata dei dolori del Giovane Werther a quella della Fuga da Alcatraz con tanto di pupazzo in cartapesta nascosto sotto le coperte e lenzuola annodate dal balcone al marciapiede.

Per i genitori: appendete l’esalogo sulla cabina doccia- luogo in cui le Pipistrelle passano appese la maggior parte del tempo, o sullo sportello del frigo- portale di evasione universale per i Pipistrelli maschi. Voi genitori imparatelo a memoria come il Credo.
Sopravviverete.

ACEs: Esperienze Sfavorevoli Infantili e loro influenza sullo sviluppo neurofisiologico-cognitivo ed emozionale

AIAS di Milano Onlus ha organizzato il 18 ottobre 2019 la giornata di formazione sugli ACEs (ACEs, Adverse Childhood Experiences, Anda et al. 2006) tenuta dal Prof. Benedetti° e dalle sue collaboratrici Sara Poletti° e Benedetta Vai°.

Come ha ben evidenziato nel saluto iniziale la Prof.ssa Flavia Valtorta: “Mentre è noto da tempo che le esperienze avverse infantili possono costituire un importante fattore di rischio per lo sviluppo di patologie psichiatriche anche in età adulta, più recente è il riconoscimento del loro ruolo come fattori di rischio per moltissime patologie mediche.“, la portata dell’influenza degli eventi avversi durante l’età evolutiva rispetto alla psicopatologia e alla salute generale è arrivata  solo  con l’accordo condiviso  con il modello ormai noto come bio-psico-sociale (Fassino et al. 2007). Il gruppo di relatori della giornata ha inoltre presentato la ricerca più avanzata su questi argomenti, utilizzando un approccio scientifico innovatore in grado di collegare esperienze psicologiche a modificazioni nel programma di sviluppo biologico del cervello e dell’organismo in generale. Si comincia quindi a intravedere e a comprendere l’interazione tra geni, ambiente ed esperienze in termini neurobiologici; riprendendo ancora la presentazione della Prof.ssa Valtorta: “Tale interazione in definitiva definisce la nostra vita nella sua unicità..”. L’esistenza di una vulnerabilità biologica e di una predisposizione alla psicopatologia si accompagna allora alla considerazione di un ruolo fondamentale dei fattori psicologici e sociali nella comparsa immediata o successiva di un’alterazione dello sviluppo neurobiologico.

Il contributo del Prof. Benedetti e delle più giovani colleghe ha sottolineato che negli ultimi anni le ricerche mostrano quanto eventi di vita particolarmente difficili, vissuti in età infantile, abbiano un impatto a lungo termine anche sull’insorgenza di malattie mediche, oltre che sull’adozione di comportamenti a rischio da parte degli individui, dall’infanzia all’età adulta come già avevano intuito Pinel (Woods e Carlson 1961), Janet (1907) e poi Bowlby (1984). Già in passato quindi diversi studi di ricerca psicologica hanno sostenuto che la biografia dei pazienti e il background dei loro genitori andavano indagati in modo approfondito. Per esempio, in alcune famiglie isolate di basso ceto sociale l’incesto sembra trasmettersi di generazione in generazione (Van Stolk e Frenken, 1986). Un’analoga forma di trasmissione è stata descritta per quanto riguarda la violenza sui bambini e la mancanza di cure nei loro confronti. Nello Studio di Delozier (1982) si evidenziava che quasi tutte le madri che maltrattano i figli hanno avuto una biografia di attaccamento ansioso. Sono madri che raccontano di essere state molto spesso minacciate dai genitori di separazione o di violenza fisica e, nella maggior parte dei casi, di essere state per i genitori figure importanti di attaccamento. In Olanda, Kolk (1988) ha mostrato come biografie di attaccamento ansioso possano influire sugli atteggiamenti e i comportamenti nell’allevare i figli e provocare in questi ultimi fobie quali l’agorafobia e la fobia della scuola.

Alle stesse conclusioni hanno portato i primi dati provenienti dalla ricerca epidemiologica degli anni ’70 (Brown & Harris, 2012) e dall’ “ACE Study” che dal 1994/5 costituisce una delle più ampie indagini epidemiologiche a livello internazionale ancora in atto.

In tempi più recenti si è riusciti ad evidenziare che la plasticità cellulare e la modulazione neurobiologica sono oggetto di continue trasformazioni indotte anche da fattori ‘danneggianti ‘ prodotti da relazioni primarie e/o da ambienti disadattivi che facilitano l’insorgenza non solo di patologie psichiatriche ma anche di patologie mediche. Ovvero ai fattori genetici, ereditari e costituzionali, insieme a quelli endogeni epigenetici vanno aggiunti sia i fattori psicologici -intesi non solo come prodotto di eventi traumatici tout court, ma anche come conseguenza di attaccamenti disfunzionali durante la crescita- sia quelli sociali, costituiti dall’ambiente interpersonale, extra familiare e culturale.

Ma qual è la correlazione tra gli ACEs, le malattie fisiche e/o l’adozione di comportamenti a rischio-quali per es. la dipendenza da sostanze, l’abuso di cibo, i disturbi comportamentali? La giornata ha illustrato come la correlazione tra ACEs e malattie in generale potrebbe essere spiegata ricorrendo a diversi meccanismi: alcuni di natura più squisitamente psicologica agenti sullo sviluppo socio-emozionale del bambino, altri di natura neurobiologica attraverso l’azione dello stress e dei suoi effetti sulla maturazione cerebrale, sull’apparato neuroendocrino, immunitario e neurotrasmettitoriale. Le esperienze sfavorevoli infantili sembrerebbero comportare uno stress precoce e comporterebbero un rilevante fattore di rischio per moltissime patologie mediche: soprattutto, ma non solo, per disturbi cardiaci, per malattie polmonari croniche, per epatopatie, per malattie autoimmunitarie.

Per quanto riguarda i disturbi psichiatrici, i dati emersi indicano che la depressione e i tentati suicidi risultano correlati, in percentuale rilevante (oltre il 50% dei casi) alle ACEs, così come il PTSD, il disturbo borderline di personalità, i disturbi dissociativi e le allucinazioni (Chapman, 2004; Whitfield, 2005).

Due processi fondamentali appaiono essere influenzati negativamente dall’abuso infantile e dalla trascuratezza, così come dalle ACEs in generale: il neurosviluppo (la crescita fisica e biologica del cervello, dei nervi e del sistema endocrino) e lo sviluppo psicosociale (la formazione della personalità, che include morale, valori, condotte sociali, capacità di avere relazioni con gli altri, rispetto per le istituzioni sociali etc).

Molti studi ci permettono quindi di affermare che anche le reazioni emozionali possono determinare numerosi processi neurofisiologici e modificazioni somatiche (Lekander & Mats, 2002). La disregolazione emozionale prodotta dagli ACEs indurrebbe quindi alterazioni neuroendocrine e neuroimmunologiche e sarebbe alla base dell’insorgenza anche di patologie somatiche.

 

Dott.ssa Olivia Ninotti –  Neuropsichiatra Infantile, Psicoterapeuta SISPI, Direttrice Sanitaria AIAS di Milano Onlus

 

Relatori della giornata formativa:

Prof. Francesco Benedetti – Psichiatra, specialista in psicologia clinica, capo dell’Unità di Psichiatria e Psicobiologia clinica Ospedale San Raffaele di Milano

Dott.ssa Sara Poletti – Psicologa sperimentale, Ricercatore in fisiologia umana (Università Vita-Salute San Raffaele)

Dott.ssa Benedetta Vai – Psicologa clinica e Ricercatore (Fondazione Centro San Raffaele), Docente (Università Vita-Salute San Raffaele)

Saluto in apertura giornata formativa:

Prof.ssa Flavia Valtorta – Direttore della Divisione di Neuroscienze dell’Istituto Scientifico San Raffaele, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele

 

BIBLIOGRAFIA:

Anda R.F., Felitti V.J., Bremner J.D., Walker J.D., Whitfield C.H., Perry B.D., Giles, W.H. The enduring effects of abuse and related adverse experiences in childhood. European archives of psychiatry and clinical neuroscience, 2006.

Bowlby, J. (1984). Violence in the family as a disorder of the attachment and caregiving systems. The American Journal of Psychoanalysis, 44(1), 9-27.

Brown G.W., Harris T. Social origins of depression: A study of psychiatric disorder in women. Routledge, 2012.

Chapman D.P., Whitfield C.L., Felitti V.J., Dube S.R., Edwards V.J., Anda, R.F. Adverse childhood experiences and the risk of depressive disorders in adulthood. Journal of affective disorders, 2004

Delozier P.P. (1982), Attachment theory and child abuse, in C.M. Parkes, J. Stevenson-Hinde (a cura di), The place of attachment in human behavior,London, Tavistock publications

Fassino S., Daga G.A., Leombruni P. Manuale di psichiatria biopsicosociale. Centro scientifico, 2007.

Kolk A.A.M. (1985), De transgenerationale overdracht van angstige gehechtheid, in L.G.M. Bisschops (a cura di), Wat bindt een kind?, Velthoven, De Sprankel

Janet P. Les medications psychologiques. Fèlix Alcan, 1919.

Lekander, Mats. Ecologicallimmunology: The role of the immune system in psychology and neuroscience. European Psychologist, 2002

Stolk B van, Frcnken J (1986), ‘”Als kind met de kinderen’,  Maandblad voor Geestehjkevolksgezondheid, 7/8, 691-724

Whitfield C.L., Dube S.R., Felitti V.J., Anda, R.F. Adverse childhood experiences and hallucinations. Child abuse & neglect, 2005

Woods E.A., Carlson E.T. The psychiatry of Ph. Pinel. Bull Hist of Medicine, 1961.

Sessualità e affettività nella disabilità cognitiva e complessa

Dott.ssa Olivia Ninotti, Neuropsichiatra Infantile, Psicoterapeuta SISPI, Direttrice Sanitaria AIAS di Milano Onlus.

 

Al Congresso CRL della Aias Lombarde “Dalla diversità alla diversa abilità” che si è tenuto il 18/11/2017 ho voluto sottolineare nella relazione il concetto di come i bisogni affettivi e sessuali siano uguali per le persone disabili anche se è necessario una rimodulazione differente e ‘individualizzata’ rispetto al modello sociale dominante normotipico.

Quali sono infatti le problematiche più ricorrenti che si riscontrano per quanto riguarda il rapporto tra disabilità e sessualità? Primo, la sessualità e l’espressione sessuale delle persone disabili continua ad essere controversa e gravida di pregiudizi (Wolfe, 1997). Vi sono barriere di natura attitudinale GENERALE ossia atteggiamenti e comportamenti di familiari, operatori e specialisti che denotano una tendenza a disconoscere o misconoscere il diritto all’espressione di una naturale, in senso di biologica, sessualità da parte delle persone con disabilità complessa. La persona disabile viene visto come l’eterno bambino, come asessuale   o riconosciuto nella sua sessualità e affettività solo nei comportamenti problema.

Vi sono poi barriere di tipo attitudinale SPECIFICO: adolescenti disabili hanno meno contatto con i compagni al di fuori del contesto scolastico e/o familiare con la conseguenza che anche nella fase successiva della vita le persone con disabilità usufruiscono di una rete sociale di supporto e di relazioni amicali ed affettive decisamente meno estesa e gratificante rispetto a quella delle persone non disabili (Krauss, Seltzer e Goodman, 1992).

Ma ..

La definizione aggettivale e quindi esclusivamente qualificativa di disabilità è un cappello enorme, all’interno del quale esistono tutta una serie di variabili e tutta una serie di mondi.

Innanzitutto: disabilità fisica o disabilità ‘mentale’? Nel caso della persona con disabilità fisica siamo di fronte ad una “incapacità di fare”. Nel caso di quella con disabilità cognitiva e/o complessa si tratta di una “incapacità nella responsabilità di fare” con livelli di gravità e di competenza diversi.

Le donne con disabilità cognitiva e/o complessa possono essere maggiormente e in generale esposte al rischio di subire un abuso perché hanno minori possibilità di difesa sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista emotivo-relazionale.

Un ‘ ulteriore difficoltà per loro è quella della contestualizzazione e del conseguente riconoscimento dell’abuso subito. Dall’altra parte, esperienze avverse nell’infanzia (ACE) come abusi fisici, psicologici, sessuali, trascuratezza materiale e disfunzionalità familiari hanno effetti psicobiologici anche sullo sviluppo cognitivo e possono portare alla strutturazione di un disabilità intellettiva oltre che alla comparsa di patologie psichiatriche ( Am J Prev Med,1998 e 2006;Benedetti F., 2017).

La stessa convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata nel 2007 e successivamente ratificata in Italia, sia con un esplicito riferimento all’esercizio della sessualità sia indirettamente, riconosce ripetutamente in diversi articoli, a livello di obblighi generali, di diritto alla casa ed alla famiglia, di diritto alla vita, di libertà, di inclusione, di vita indipendente, di educazione e di salute, la necessità di non discriminare le persone con disabilità per quanto riguarda il pieno godimento dei propri diritti, definendo una base etico giuridica agli interventi che sostengono l’educazione e la tutela della sessualità umana anche per le persone disabili.

Affermare dunque l’importanza del sostegno all’affettività e alla sessualità nelle persone disabili attraverso una cultura del ‘differente’ che però garantisca gli stessi diritti pur declinati nell’individuale diventa doveroso dal punto di vista etico, legislativo ma anche tutelante il benessere psicofisico.

La sessualità è un istinto innato legato infatti a due dimensioni fortemente intrecciate: una rimanda alla relazione, al desiderio di incontro e scambio globale, ai sentimenti d’amore e d’affetto (componente relazionale); l’altra a componenti quali la genitalità, l’erotismo, la corporeità, la ricerca del piacere (componente fisica).

Concetto chiave dello sviluppo di un’affettività e sessualità competenti è trasformare i bisogni in desideri, poiché il desiderio implica un impulso volitivo, modulabile nel tempo e nello spazio diretto a un oggetto esterno specifico e il desiderio implica esso stesso l’immaginazione e l’affettività.

Ma la sessualità disabile è poco “normalizzabile”, in quanto non allineabile ai modelli dominanti.. L’esercizio della sessualità disabile viene quindi relegata ad una dimensione “cover” solo della componente fisica, al di fuori della relazionalità, in stretta associazione persino logistica con le pratiche di confine dell’igiene personale, delle funzioni corporee, del massaggio. Oppure viene vista solo nella sua presunta modalità infantile e fisica e quindi percepita come ‘comportamento problema’ perché «troppo relazionale» e relegata al controllo farmacologico o alle tecniche di rieducazione e spostamento del sintomo.

Poiché lo sviluppo relazionale-sociale e poi sessuale cominciano nel corso dell’infanzia e progrediscono nel corso della vita, le persone con disabilità devono poter essere aiutate a muoversi verso la maturità sociale e sessuale e necessitano di opportunità ed occasioni per sviluppare le amicizie e le relazioni.

Ovvero la sessualità va insegnata e appresa attraverso l’affettività sin dall’infanzia attraverso la famiglia, la socializzazione e le relazioni. La sessualità dunque non è secondaria rispetto ad altri aspetti, come l’integrazione scolastica, sociale e l’inserimento lavorativo. Lavorare sulla sessualità non può prescindere dal lavorare su tutti gli aspetti della personalità a seconda dello sviluppo cronologico e cognitivo.

Diventa importante anche programmare delle visite ginecologiche e andrologiche, esattamente come avviene nell’adolescenza ‘normotipica, e caldeggiare una formazione degli operatori sanitari specialistici, perché visitare una persona con una disabilità complessa richiede spesso una collaborazione multidisciplinare e un ‘saper ‘ e un ‘saper fare’ capace sugli aspetti comportamentali.

Il supporto invece alla sessualità nella disabilità complessa grave si rivolge soprattutto ai caregivers attraverso counseling o percorsi psicoterapeutici anche prima del sopraggiungere della pubertà del figlio/a e al contesto extrafamiliare (quando possibile) attraverso formazioni ad hoc.

Quando emergono comportamenti sessuali inappropriati come un aspetto poco curato, scarsa igiene personale, mancata acquisizione del senso comune del pudore sociale, interessi specifici e ossessioni-compulsioni sessuali, indifferenziata o promiscua scelta del partner, stalking, poca capacità di riconoscere o rifiutare un’interazione sessuale non gradita, va sempre considerata quale sia la causa o le concause sottostanti alla problematicità rilevata. Spesso infatti i ‘comportamenti problema’ di tipo sessuale sono sintomi di difficoltà più sommerse che riguardano la cognizione, l’affettività e l’emotività.

In particolare in molte disabilità complesse e soprattutto nei disturbi dello spettro autistico l’affettività ha un’espressione percettiva, ovvero la particolarità dell’attaccamento risulta ‘guidato’ dall’ ipo o ipersensorialità recettiva. Nel libro di Hilde De Clercq «Il labirinto dei dettagli» Thomas, il figlio dell’autrice, è un bambino autistico:si fida delle donne bionde con la coda di cavallo come la sua mamma; quando il nonno va via, lo saluta solo se viaggia nella macchina verde: “Quando Thomas ancora non guardava, selezionava già un odore, magari il mio profumo, e gli attribuiva, secondo noi, un significato esagerato..”

Disturbi nell’emotività e nell’empatia sono altrettanto comuni in molte disabilità intellettive e nei disturbi dello spettro autistico.

Le emozioni, soprattutto negative, sono vissute allora in modo confuso e auto-eteroagite; quelle positive possono esprimersi con scariche eccitatorie, manierismi o comportamenti sessuali ossessivo-compulsivi. Vi è in questi casi l’attivazione della modalità preverbale per esprimere le proprie emozioni proprio per un deficit di mentalizzazione degli stati emotivi. Spesso la comprensione dell’emotività propria e altrui non si evolve “naturalmente” ma deve essere appresa nei suoi aspetti “cognitivi-affettivi”. Diventa quindi fondamentale aiutare i ragazzi a farsi un’idea concreta (non intuitiva) di quello che gli altri pensano, sentono, provano, a regolare le proprie emozioni e ad imparare le regole e le distanze sociali.

Più a monte ancora, nella sviluppo della sessualità nella disabilità, va contrastata culturalmente l’infantilizzazione o il pregiudizio di ‘non competenza a priori’. I ragazzi con disabilità fin in epoca precoce e in modo individualizzato devono essere sostenuti all’autonomia personale, nella cura di sé e nella gestione delle relazioni. Nello stesso tempo, va contrastata anche la risposta sociale “positiva” o compiacente a comportamenti inadeguati per l’età, quali abbracciare gli estranei o baciarli.

In conclusione, la sessualità è un comportamento appreso che nasce da un istinto.

E’ quindi un apprendimento che nasce da lontano, da quando si è piccoli, prendendo consapevolezza della propria identità e ruolo di genere fino all’orientamento sessuale e alla capacità di stare con gli altri in modo adattativo.

In quest’ottica tutte le persone (con disabilità o meno e nella loro diversità) dovrebbero essere accompagnate sin dall’infanzia a trasformare i bisogni in desideri perché possano realizzarli in autodeterminazione e in relazione con.

 

BIBLIOGRAFIA

  • «ACE The adverse childhood experience study», Am J Prev Med 14:245-258,1998 e 160:1453-1460,2006
  • Benedetti F., “L’impatto delle esperienze infantili avverse sulla salute e sulla malattia “, 2017
  • Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, 2007
  • De Clercq H. « Il labirinto dei dettagli»,Erickson,2006
  • Krauss M., Seltzer MM., Goodman SJ. “Social support networks of adults with
  • mental retardation who live at home”, Am J Men Retyard 1992; 96: 432-44
  • Wolfe PS. “The influence of personal values on issues of sexualty and disability”,Sex Disabil. 1997, 15: 69-91

Il corpo porta il mondo nel cervello e il cervello guida il corpo nel mondo

RIVISTE ERICKSON

Logopedia e comunicazione

Vol. 13, n. 3, 2017

Studi
Maria Luisa Gava Lia Mastrogiacomo Olivia Ninotti Elisabetta Roca
Il corpo porta il mondo nel cervello e il cervello guida il corpo nel mondo
DOI: 10.14605/LOG1331703
Il presente lavoro illustra il percorso riabilitativo integrato tra trattamento logopedico e l’approccio c.m.i.® (cognitivo-motivazionale-individualizzato) in un bambino di 8 anni affetto da una patologia neuro-cognitiva con conseguenti difficoltà comunicativo-linguistiche. Viene evidenziato come un lavoro di orientamento alle dimensioni del mondo reale (spazio, tempo, relazioni e oggetti) possa aiutare a stabilizzare e fare evolvere, mediante punti di riferimento, le conoscenze del bambino. Occorre sottolineare come la componente linguistica (in comprensione e in produzione) ne abbia tratto giovamento e la capacità di manipolare il proprio vissuto (ricostruito tramite elementi grafici mobili) abbia permesso al bambino di analizzare meglio i vari contesti, favorendo il linguaggio verbale.

Di seguito il link a cui trovare l’articolo per intero: